È straordinario come la poesia riesca a trasformare un dolore profondo in un atto di bellezza collettiva.
Ottantuno componimenti poetici sono una risposta incredibile. Dimostrano quanto il ricordo di Mattia e Simone sia vivo e quanto il tema dell’amicizia resti un valore capace di unire e ispirare.
Grazie a voi per aver creato questo spazio di riflessione e a tutti i partecipanti per aver donato un pezzetto della loro anima.
Il modo migliore per ricordare chi non c’è più è proprio questo: continuare a seminare bellezza e condivisione.
ASD Or.sa. Basket Barcellona
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I componimenti poetici sono stati scritti dagli studenti dell’I.T.T.-L.S.S.A. “N. Copernico” di Barcellona Pozzo di Gotto e dell’I.T.T. “E. Majorana” di Milazzo. Il progetto “Memorial in ricordo di Mattia Caruso e Simone Marzullo” è stato curato dall’ASD OR.SA. Basket Barcellona. La pubblicazione è stata autorizzata dai genitori dei giovani Mattia e Simone.
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Nota dell’Editrice
Ci sono libri che nascono dalla gioia e libri che nascono dalla ferita. Questo è un libro che nasce da una ferita: quella precisa, irreparabile, che lascia un posto vuoto su una sedia di scuola, un silenzio al posto di una voce, un nome che si continua a chiamare anche quando non c’è più nessuno a rispondere.
Mattia. Simone. Due nomi che chi li ha amati non pronuncia quasi più uno senza l’altro. Come se separarli fosse un ulteriore torto da fare a un’amicizia che ha resistito a tutto.
Chi legge queste pagine si troverà davanti a qualcosa di raro: non una commemorazione, né una consolazione costruita a tavolino, ma il tentativo (sincero, a tratti acerbo, comunque sempre vero) di un gruppo di ragazzi di stare dentro al dolore senza esserne annientati. La poesia qui sembra un “atto di sopravvivenza”, per non dimenticare i due amici.
La letteratura sul lutto ci insegna che il dolore per la perdita di un coetaneo ha una qualità diversa da qualsiasi altra perdita. Rompe l’illusione fondamentale dell’adolescenza: quella che il futuro sia un diritto acquisito, non una possibilità che può essere revocata senza preavviso. Quando muore un amico giovane, muore anche una parte di quel senso di invulnerabilità che, per quanto ingenuo, ci permette di crescere senza paralisi.
I ragazzi che hanno scritto queste poesie non avevano strumenti (pre)costruiti per questo. Non li aveva nessuno di noi, alla loro età. Eppure hanno trovato – nella scrittura, nel verso, anche in quello più semplice e diretto – un modo per nominare ciò che altrimenti resterebbe ammutolito dentro. Nominare il dolore non lo elimina. Ma gli toglie qualcosa del suo potere più oscuro: quello di renderci soli.
Leggo in queste poesie un tema che ritorna, ostinato: il silenzio. Il silenzio che urla i nomi. Il silenzio che si sente nelle aule e nei corridoi della scuola, nei pomeriggi che un tempo erano rumorosi. Il silenzio nei luoghi rimasti a metà.
«Le foto fanno male / i silenzi urlano i vostri nomi» scrive Califia Fiore. «È voce muta che non chiede spazio / ma brilla forte nel silenzio colmo» scrive Elisabetta Giacobbe. Il silenzio, in questo libro, è la forma che l’assenza prende quando non trova più parole ordinarie con cui presentarsi. È il contorno esatto di chi non c’è più. E proprio per questo, paradossalmente, ci dice con precisione dov’era. Riconoscere questo non va letto in chiave “sentimentalista”, ma è la capacità di tollerare l’ambivalenza che il lutto porta con sé: che qualcuno non ci sia più e che continui, in qualche modo, a esserci. Nelle memorie. Nei gesti…
L’amicizia, in questa antologia, viene descritta dai giovani poeti e dalle giovani poetesse in modo assolutamente preciso: è riconoscere il passo prima ancora di vedere chi arriva. È capire che il silenzio è una richiesta d’aiuto. È litigare per niente e ritrovarsi come se non fosse successo niente. È casa senza mura. È chi conosce le ferite senza giudicare. Questa non è la definizione che troverete in un dizionario. È la definizione che emerge dall’esperienza vissuta da questi giovani.
La letteratura sulle relazioni di attaccamento ci dice che i legami tra pari, nell’adolescenza, svolgono una funzione che nessun adulto può sostituire: sono lo specchio in cui ci si vede per la prima volta come persone separate dai propri genitori, capaci di essere scelte (e di scegliere). Perdere un amico in questo tempo della vita significa perdere anche quel riflesso. Parte dell’elaborazione del lutto, per questi ragazzi, è stata ricostruirlo: nelle parole, nei versi, in questo libro così carico e denso di emozioni.
Ai genitori di Mattia e Simone, a Francesca, Andrea, Catena e Paolo mi sento di rivolgere un pensiero che va oltre la gratitudine per aver scelto la Smasher. Chi ha attraversato la perdita di un figlio sa che esistono dolori che non guariranno mai. Eppure, ciascuno di loro lo vive con estrema dignità. Il dolore dei genitori che perdono un figlio giovane porta con sé anche questo: sopravvivere a ciò che era destinato ad accadere dopo di te. Portare un nome che il mondo ancora chiama al presente, mentre tu sai già che è diventato passato.
Eppure, questi straordinari e dignitosi genitori hanno scelto di trasformare quella ferita in qualcosa che potesse toccare altri. Hanno aperto la porta del loro dolore perché i ragazzi potessero entrarci con le loro parole, e uscirne un po’ meno soli. Questo è tutt’altro che un piccolo gesto: è un atto di cura verso una comunità intera. Mi auguro che questo libro possa essere, anche per loro, la prova che Mattia e Simone continuano a fare quello che i ragazzi buoni fanno: avvicinare le persone.
Un grazie anche all’ASD Or.sa. Basket Barcellona, per la sensibilità dimostrata nel cogliere l’importanza di questo progetto.
E poi un grazie alle ragazze e ai ragazzi che hanno scritto. A loro vorrei dire una cosa che gli adulti dimenticano troppo spesso di dire (ed è un’omissione di cui siamo responsabili). Noi vi pensiamo superficiali. Lo diciamo raramente ad alta voce, ma è lì, in quello sguardo un po’ stranito con cui a volte ascoltiamo le vostre passioni, le vostre preoccupazioni, i vostri dolori. Come se la giovinezza fosse una fase da attraversare verso qualcosa di più serio. Come se il vostro presente fosse una prova generale del futuro, non già vita intera e vera. Queste poesie smontano quella convinzione con una semplicità disarmante.
Avete scritto di lealtà, di ferita, di memoria, di presenza e di assenza, di fiducia e di tempo. Avete scritto di ciò che resta quando tutto il resto va via. E lo avete fatto senza cinismo, senza la corazza che molti adulti indossano per non sentire troppo. Per esempio, Samuele ha scritto che l’amicizia è riconoscere il passo di qualcuno prima ancora di vederlo. Elisa ha scritto che Mattia e Simone sono ciò che resta quando tutto tace. Francesco ha scritto di qualcuno che ha portato alla via della salvezza, illuminando l’esistenza. Crystal ha distinto tra amicizia tossica, amicizia classica e amicizia gialla (quella che non ti aspetti, ma che ti salva) con una lucidità che molti adulti impiegano decenni a raggiungere, se ci arrivano. Voi avete detto cose vere su cose che contano. E le avete dette con coraggio (perché scrivere del dolore, condividerlo, metterlo su carta e firmarlo con il proprio nome, richiede coraggio). Non lo dimenticate, anche quando il mondo vi chiede di fare altro.
Chiudo questa nota editoriale con la stessa parola con cui questo libro, nelle sue intenzioni più profonde, vorrebbe aprirsi: possibilità.
Il lutto non finisce. Ma si trasforma. E la trasformazione più significativa che il lutto può compiere (non sempre, non per tutti, non allo stesso ritmo) è diventare il luogo da cui nasce qualcosa: un gesto, una parola, un’iniziativa, un libro. Questo libro esiste perché Mattia e Simone sono esistiti. Perché sono stati amati e lo sono ancora oggi, fortemente. Perché chi li ha amati e li ama ha trovato, in quella loro perdita, la necessità di fare “qualcosa” che tenesse vivo il loro nome nel mondo.
È la prova che l’amore, anche quando perde il suo “destinatario”, non si esaurisce: trova nuove forme, nuove direzioni, nuovi destinatari. I ragazzi che hanno scritto queste pagine usciranno da questo libro diversi da come ci sono entrati. Non guariti, poiché dal lutto non si guarisce. Ma forse un po’ più capaci di riconoscere il valore di ciò che hanno, finché ce l’hanno. Un po’ più capaci di dirlo. E riconoscere, nominare, tenere è già un inizio.
Giulia Carmen Fasolo







