Rime dal Longano. Frammenti da un passato dimenticato

15,00

“Orme di poesia”
Pagine: 140
ISBN: 978 88 6300 372 2
Edizione: 1a edizione dicembre 2025
Euro: 15,00
Formato: 16×23 cm
Rilegatura: brossura
Interno: bianco e nero

Prefazione

Questo libro è un ponte. Un ponte gettato tra due rive del tempo, proprio come il Longano univa e divideva le frazioni di un tempo.
Le poesie di Sebastiano Bucolo e Pietro Maiorana, che qui si presentano nella doppia veste di italiano e dialetto siciliano, non sono componimenti nostalgici: sono atti di resistenza culturale, testimonianze di un mondo che rischia di scomparire senza lasciare traccia.
Il Longano attraversa questa raccolta non solo come toponimo geografico, ma come simbolo potente di una frattura epocale. Nelle parole struggenti di Bucolo (Lunganu), il fiume che un tempo «iuncisti du populi siparati» oggi giace «sciuttu, siccu e mutu», specchio di una terra che ha perduto la propria fertilità materiale e spirituale. L’immagine del letto prosciugato diventa metafora della memoria collettiva che si inaridisce, delle tradizioni che si estinguono, della comunità che si disgrega. Eppure, questo fiume conserva ancora la capacità di unire: unisce le due sezioni del libro, i due poeti, le generazioni, i vivi e i morti. Sulle sue sponde si celebrano le Varette del Venerdì Santo, si incontrano le processioni, pulsa la vita religiosa e sociale di una comunità.
La poesia di Sebastiano Bucolo si caratterizza per una straordinaria capacità di trasformare il quotidiano in ricordi straordinari. Nelle sue liriche troviamo il ritratto affettuoso di un mondo contadino e artigiano che viveva secondo ritmi e valori oggi completamente sovvertiti. La lapitta ci restituisce con tocco leggero ma preciso l’immagine di una famiglia povera che torna dal nonno di Santa Lucia stipata su una piccola motoape, fermata dai carabinieri per un’infrazione che la battuta sagace del padre trasforma in momento di umanità condivisa. C’è tutta la dignità dei poveri in questa scena, la solidarietà tra chi fatica, la capacità di affrontare le difficoltà con ironia. A Santaluciota è invece un ritratto femminile di rara intensità: la donna che, rimasta vedova e con figli da crescere, si inventa il mestiere di fornaia, lavora dall’una di notte, resiste alle denunce dei parenti invidiosi e riesce a far laureare tutti i suoi figli. È la celebrazione dell’eroismo silenzioso delle donne del Sud, di quella forza morale che non si piega davanti all’ingiustizia del destino. Il tema del lavoro attraversa molte poesie di Bucolo con un’adesione viscerale alla fatica dei campi. In Aranci, limiuni e mannarina il poeta ricorda le albe nei giardini di Nicolaci, quando padre e figli raccoglievano agrumi fino allo sfinimento, e contrappone quell’epoca di eccellenza agricola all’abbandono presente: «Pirduta ca oramai è ogni ’ccillenza / sulu pi puvirtà nuddu ni pò iunciri». È un lamento che si fa accusa: la ricchezza della terra siciliana è stata tradita, dissipata, venduta.
Particolarmente toccante è Bastianu e Turi, dialogo filosofico tra due amici, uno partito e tornato, l’altro rimasto. Il confronto tra chi ha visto il mondo e chi è restato fedele al proprio luogo si risolve in una meditazione amara sulla natura umana: «U munnu e tutt’uguali e nenti ca ci poti / a canciàri ’i testi duri ’i st’omini ostinati». La politica è corruzione, il progresso è illusione, l’unica cosa che conta è dare ai propri figli più di quanto si è ricevuto e «essiri nu bonu esempiu pi tutti l’autri».
In Frammenti di passatu scurdatu, che dà il titolo all’intera raccolta, Bucolo denuncia lo smarrimento contemporaneo con accenti profetici: «Semu ’n manu a ’ntilligenza / artificiali e senza nuddu sintimentu».
Il poeta non rifiuta in blocco il progresso, ma ne denuncia l’uso distorto, la perdita di misura, l’oblio della sapienza antica.
Se Bucolo è il poeta della memoria affettiva, Pietro Maiorana è il testimone che non volta lo sguardo. Le sue poesie sono più dirette, spesso costruite come reportage in versi, animate da un’indignazione morale che vuole scuotere, provocare, costringere a vedere. 15 giugnu 1969 è una vera e propria ballata tragica che commemora lo scontro ferroviario nella galleria di Sant’Antonio.
Maiorana aveva tredici anni e ancora ricorda «ddu malu ciàuru ’ntô cori ’ntrasia», l’odore della morte che si respirava scendendo verso la vallata. La poesia è un atto di pietas verso le vittime («Tri ferrovieri, un sportivu missinisi / e quattru passeggeri») e insieme un omaggio agli eroi anonimi come i fratelli Fortunato e Placido che entrarono nella galleria in fiamme per tentare di salvare i superstiti.
Il tema della giustizia sociale attraversa tutta la produzione di Maiorana. In Pio era ’u to nomi il poeta rende omaggio a Pio La Torre, segretario del PCI siciliano assassinato dalla mafia nel 1982, ricordandone le battaglie per i diritti dei contadini e la legge sui sequestri dei beni mafiosi: «’A to’ liggi supra ’i sequestri di beni / chi fu appruvata contra ê mafiusi, / puru si funziona mali, / finu a ’stu mumentu, / eni ’a megghiu chi fici ’u Parlamentu». È poesia civile di alto profilo, che non si accontenta di celebrare un martire ma ne rivendica l’eredità politica concreta.
Iò sugnu fora di ’stu massacru e Vurria… ma… testimoniano l’impegno di Maiorana anche rispetto all’attualità internazionale, con una durissima condanna del massacro di Gaza. Sono testi scomodi, che rifiutano la neutralità e prendono posizione. Ma Maiorana sa essere anche poeta della quotidianità, con quella stessa attenzione al particolare che caratterizza Bucolo. Povira Razia è una ballata popolare che racconta un femminicidio nel quartiere di Portosalvo, con una struttura che ricorda le antiche “storie cantate”: la ripetizione del ritornello («Ma chi disgrazia / a povira Razia») conferisce al testo un ritmo ossessivo che amplifica il dramma. Non c’è estetizzazione del dolore, ma denuncia chiara: «Purtroppu era ’na mania / ogni vota ca si ridducia / ’mbriacu cottu di vinu».
La scelta di presentare ogni poesia in italiano e in dialetto siciliano non è un vezzo folkloristico ma una necessità espressiva. Sono due lingue che convivono, si specchiano, si arricchiscono reciprocamente. Il siciliano di questi versi conserva tutta la sua potenza evocativa, la sua capacità di nominare con precisione oggetti, gesti, sentimenti che in italiano suonerebbero generici o letterari. Quando Bucolo scrive «’u rasteddu rapidu e pricisu / senza perdiri na goccia / e senza dari nuddu avvisu / ci spattia pulpa e scoccia», ci sta restituendo non solo l’immagine del padre che lavora la notte per sfamare i figli, ma anche il suono di quella notte, il ritmo di quel gesto, la cultura materiale di cui quel gesto era parte.
Entrambi i poeti sono profondamente radicati nel loro territorio, che amano con passione anche quando lo denunciano. Baccialona ciaurìa è forse la poesia più emblematica di questo amore complesso: Barcellona profuma di zagara a marzo, di mare e sale d’estate, di fuoco a Natale per scaldare il Bambinello. Ma profuma anche «’i sangu e voti e ’i pubbiri e sparari», perché la mafia e la violenza ne hanno segnato la storia. Eppure «ci sunnu omini onesti, / travagghiaturi e chini di spiranza / chi ’ggiustunu tutti li resti / ’i na società persa chi così avanza».
È questa dialettica tra denuncia e speranza, tra amarezza e tenerezza, che rende la poesia di Bucolo e Maiorana così autentica. Non c’è mai l’atteggiamento di chi predica dall’esterno o giudica dall’alto: c’è la partecipazione viscerale di chi a quella terra appartiene e per quella terra soffre.
“Frammenti di un passato dimenticato” recita il sottotitolo, e frammenti sono davvero queste poesie: tessere di un mosaico che non si può più ricomporre per intero, ma che testimoniano la bellezza e la complessità di ciò che è andato perduto. Come i cocci archeologici da cui gli studiosi ricostruiscono antiche civiltà, questi versi ci permettono di intuire i lineamenti di un mondo che ai giovani lettori apparirà forse emblematico quanto l’antica Grecia. Ma i frammenti, ci insegna Walter Benjamin, hanno una potenza che le totalità chiuse non possiedono: lasciano spazio all’immaginazione, costringono a riflettere, evocano piuttosto che descrivere. E così queste poesie, lungi dall’essere sepolcri del passato, sono semi per il futuro: seminano interrogativi, dubbi, nostalgie che potrebbero germogliare in forme inattese.
Sebastiano Bucolo e Pietro Maiorana ci consegnano con questi versi un’eredità preziosa. Sta a noi, lettrici e lettori, raccoglierla, custodirla, farla crescere. Perché, come scrive Bucolo in uno dei suoi versi più belli e più amari: «Ogni matina nova / ch’a mia resta / ’mbrazzatu io cu tia / brisciri vurria».
Anche quando tutto sembra perduto, anche quando il fiume è asciutto e i giardini sono coperti di rovi, c’è sempre un’alba possibile, a condizione di non dimenticare. Questo libro è un atto di memoria. E la memoria, ci insegnano questi poeti, non è guardare indietro con nostalgia sterile, ma fondare il futuro sulla coscienza di ciò che siamo stati.

Giulia Carmen Fasolo

* * *

INDICE

Quando fiorivano gli aranci di Sebastiano Bucolo
10 A lapitta » La piccola motoape
12 A Santaluciota » La Luciese
14 Amuri di l’autru munnu » Amore dell’altro mondo
16 Aranci, limiuni e mannarina » Aranci, limoni e mandarini
18 Baccialona ciaurìa » Barcellona profuma
22 Bastianu e Turi » Sebastiano e Salvatore
26 Cicciu Leotta » Ciccio Leotta
30 Cuccumeddi » Coccomelli
32 Cuntadini » Contadini
34 Dui nuembri » Due novembre
36 Frammenti di passatu scurdatu » Frammenti d’un passato dimenticato
40 Gaspuru e Bastianu » Gasparo e Sebastiano
42 I siri i lugliu » Le sere di luglio
44 Inutili bisogni » Inutili bisogni
46 Lunganu » Longano
48 Malerba » Erba cattiva
50 Mezza c’a panna » Mezza con panna
52 Sciummicu » Sciummicu
54 Stidda » Stella
56 Tramuntu a Spini Santi » Tramonto a Spinesante
58 U cani e u sceccu » Il cane e l’asino
60 U rasteddu » Il rastello
62 U tribbotu » Il treppiedi
64 U tularu » Il telaio
66 Un nidu senz’aceddi » Un nido senza uccelli
68 Sira i sittembri o Livèri » Sera di settembre ad Oliveri

 

Frammenti e memorie di Pietro Maiorana
72 15 giugnu 1969 » 15 giugno 1969
76 Beddu paisi… malatu » Bel paese… malato
78 Fimmina » Donna
80 I carusi di oggi » I ragazzi di oggi
82 Iò sugnu fora di ’stu massacru » Io sto fuori da questo massacro
84 Ma comu ndi cumbinammu » Ma come ci siamo ridotti
86 Maggiu » Maggio
88 Natali piscaturi » Natale pescatore
90 Nonninu davanti u bisolu di casa » Nonnino davanti all’uscio
92 Pio era ’u to nomi » Pio era il tuo nome
96 Portusalvu u me paisi èni » Portosalvo è il mio paese
98 Povira Razia (canzuni) » Povera Grazia (canzone)
104 Previdemu e amamu » Prevediamo ed amiamo »
106 Puru chi vecchi vi la pigghiati » Pure con i vecchi ve la prendete
108 San Bastianu » San Sebastiano
112 Si fussi pi’ mmia » Se fosse per me
114 Sicilia sbigghiti » Sicilia svegliati
116 Sicilia » Sicilia
118 Tirrena ’bbannunati » Terreni abbandonati
120 Tristizza e spiranza » Tristezza e speranza
122 U giocu di tri carti » Il gioco delle tre carte
124 U passatempu di ’na vota » Il passatempo di una volta
128 U Salvaturi » Il Salvatore
130 Vogghiu cantari ’na poisia d’amuri » Voglio cantare una poesia d’amore
132 Vurria sapiri » Vorrei sapere
134 Vurria… ma… » Vorrei… ma…

 

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