“Sciopero d’amore con fasce di garanzia” di Paolo Cutroni

10,00

“Orme di poesia”
Pagine: 56
ISBN: 978 88 6300 388 8
Edizione: 1a edizione luglio 2026
Euro: 10,00
Formato: 12×18 cm
Rilegatura: brossura fresata
Interno: bianco e nero

L’illustrazione in copertina è dell’artista Adele Bilotta.

C’è una poesia che lascia addosso l’odore di whisky e sigarette. È la poesia di Paolo Cutroni.
Sciopero d’amore con fasce di garanzia è una raccolta che si avvicina al precipizio con ostinazione: versi brevi come colpi, accumuli numerici che trasformano il lutto in statistica, ripetizioni ossessive che suonano di lamento e litania.  Il corpo è sudato, salato, concreto.
La città – notturna, ferita, percorsa a piedi – è il personaggio trasversale. L’amore, il cinismo che lo maschera, la tenerezza che lo attraversa a tradimento.
Cutroni non offre alcuna consolazione, ma il gesto preciso di chi, davanti al vuoto, sceglie di descriverlo con cura e senza paura.

L’unico modo che conosco per amarti è via da te.

* * *

Nota dell’Editrice

La grammatica del precipizio

Esiste una poesia capace di occupare lo spazio. Lascia dietro di sé il fumo, l’odore di whisky, qualcosa di irrisolto. Così è la poesia di Paolo Cutroni.
Leggere queste pagine è come camminare alle tre di notte in una città che non dorme mai del tutto – una città che somiglia a Roma, o a qualsiasi luogo dove i marciapiedi «sono pieni di merda di cane» e conviene fissare il suolo, dove i «citofoni sono ormai staccati» e le serrature arrugginite respingono chi bussa. Cutroni abita questo paesaggio con la fedeltà ostinata di chi sa che la letteratura nasce solo dove si rischia qualcosa.
Il primo dato che colpisce è il coraggio della forma. Cutroni scrive come si respira sotto sforzo: a singhiozzo, per accumuli, con improvvisi precipizi. Il verso breve – spesso un’unica parola – si presta con la sua evidente urgenza. «Ho sbagliato tutto. / Il modo. / Il tempo. / Il ritmo.» (“Cinque in condotta”). Tre parole (modo, tempo, ritmo), tre colpi. La confessione si scompone, si ritaglia, rifiuta la sintesi. In questo spezzarsi del verso c’è un’eco del Valerio Magrelli più urbano e straniato, quello che misura la distanza tra il corpo e il mondo con la precisione fredda di un referto, dissezionando gli spazi metropolitani come se il linguaggio fosse un bisturi. Ma Cutroni è più caldo, più sporco, più urgente (il bisturi cede il posto al coltello).
Altrove il ritmo si rovescia: si espande, si accumula: «730 tramonti pallidi / 17520 ore di vuoti d’aria / 1051200 minuti scarsi di interesse / 63072000 secondi umidi e appiccicaticci» (la poesia d’apertura). L’escalation numerica ha la cadenza dei mantras beat, richiama certi passaggi di Ginsberg dove l’accumulo ossessivo di dati e misure trasforma la statistica in elegìa. Cutroni prende il lutto e lo quantifica, come se i conti tornassero, come se il dolore diventasse più sopportabile espresso in secondi. Ma non torna. Non diventa sopportabile. Ma la misura dà l’illusione di controllarlo.
C’è poi la questione del corpo. In Cutroni il corpo non è mai astratto. È sudato, salato, appiccicaticcio. Ha sapori precisi: «mandorle amare», «cioccolata andata a male», «arancia e nostalgia». Ha odori: «whisky e sigarette», «bianco» dei camerini in penombra, «arbre magique». Questa fisicità radicale, questa insistenza sul concreto e sul “basso”, è la lezione meglio assimilata dal realismo lirico bukowskiano. Come l’americano di Los Angeles, Cutroni più che estetizza il degrado, preferisce attraversarlo con il suo piglio inquieto. E nonostante ciò, lo mostra senza esitazione: «Sniffare un pacco di biscotti è come chiavare la vita / Sa di chimica e felicità» (“Biscotti”). Il paragone ‘osceno’ e al contempo infantile (il biscotto e il sesso, la chimica e la felicità messe sullo stesso piano) ha la stessa sfacciata ironia dolente di certi haiku in prosa di Bukowski, dove la trivialità è il solo modo per dire la verità senza pàthos.
Ma attenzione: Cutroni non è un imitatore. È un erede che ha digerito e rilavorato. Il cinismo di superficie nasconde una tenerezza che a tratti emerge, improvvisa, come una luce sotto una porta. Ed è qui che si insinua qualcos’altro, qualcosa di più delicato: un’eco di Sandro Penna, la leggerezza che attraversa il dolore senza dissolverlo, come quando in «Il tuo sorriso» il ritornello si ripete, «Il tuo sorriso… / Il tuo sorriso… / Il tuo sorriso…», e nella ripetizione non c’è più ironia ma quasi una preghiera, una sospensione dell’anima. Il dolore, in Cutroni, ha momenti di assoluta levità (e sono i momenti più sinceri).
La città è il personaggio trasversale di questo libro. Roma appare in filigrana: nei «sanpietrini» dove «il fango si insinua», nelle «statali di periferia» che sa di catrame, nel Tevere citato in Binari Morti, nelle «periferie buie» dove la speranza elemosina attenzioni. Ma è una Roma senza cartoline, senza monumenti. È la Roma notturna, quella dei «vicoli di una città che va a dormire troppo presto e si sveglia troppo tardi» (“Venerdì Santo”). La città di Cutroni è una macchina per produrre solitudine: le sue finestre si aprono su cortili, le sue stazioni sono «strazianti, piene di addii», i suoi marciapiedi riflettono senza pietà. È in questo rapporto con lo spazio urbano (ferito, vissuto di notte, percorso a piedi) che il poeta si avvicina al Michele Mari dei primi testi, quello che interroga i luoghi come se fossero organismi viventi, capaci di dolore e di memoria, e dove la quotidianità non è mai banale ma sempre carica di una risonanza amara, quasi gotica.
Un elemento strutturale ricorre con insistenza: la ripetizione. Non nel senso romantico e consolatorio del ritornello, ma come gesto quasi ossessivo, come se la voce non riuscisse a smettere di tornare sullo stesso punto. «Tutto quello che non ho. / Tutto quello che ho perso», quattro volte in “Cerco”. «Sputa la verità», cinque volte in “La verità”. «Vuota», undici volte, in una poesia che è un’escalation straordinaria del ‘nulla’. Questa tecnica ha un’ascendenza chiaramente orale: ricorda le invocazioni liturgiche, i cantàri, le lamentazioni. Ciò perché la poesia di Cutroni sa di voce recitata, di parola che precede la scrittura e le sopravvive. Proprio in “Vuota” si tocca forse il culmine formale del libro. La struttura a martello (ogni strofa si chiude come un sigillo) costruisce un edificio del ‘vuoto’ che è paradossalmente pieno, denso, claustrofobico: «Vuota. / Come l’anima tua. / Vuota. / Come l’anima mia. / Vuota. / Come la paura d’amare ancora.» Il parallelismo non è simmetria, ma vertigine, una verticale che precipita a picco. È una delle sequenze più potenti dell’intera raccolta.
Bisogna dire anche delle maschere. Cutroni scrive spesso dall’interno di figure (il bocciato, il fuggitivo, il bulimico affettivo, il finto-cinico), e in questo continuo cambio di costume c’è una strategia precisa: avvicinarsi alla verità solo di sbieco, mai frontalmente. La confessione diretta viene evitata o ironizzata; il soggetto lirico si sdoppia, si sposta, si nasconde sotto i propri strati: «Faccio ancora finta di essere chi non sono / E faccio l’amore bene per poter avere i sensi di colpa». La lucidità è brutale, ma arriva travestita da autoironia. Il risultato è una vocalità molto riconoscibile: bassa, secca, con improvvise aperture liriche che suonano quasi come incidenti. Come se la poesia avvenisse malgrado la difesa messa in campo. Come se la bellezza fosse una cosa che accade nonostante tutto.
In fondo, ciò che tiene insieme questo libro – nella sua straordinaria ‘irregolarità’, nella sua insolenza formale, nelle sue cadute e nei suoi voli – è una scommessa sulla vitalità della parola anche quando la parola sembra non bastare. Cutroni non pretende di risolvere nulla (perché mai, del resto, un poeta dovrebbe farlo?). Non offre consolazioni né soluzioni. Offre il gesto preciso di chi, davanti al precipizio, sceglie di descriverlo con cura invece di voltarsi dall’altra parte.
È un gesto piccolo? È un gesto enorme.
«L’unico modo che conosco per amarti è via da te» scrive in “Scappo via”. E c’è in questa riga tutta la poetica di Cutroni: la fuga come forma d’amore, la distanza come vicinanza, la voce che urla solo se prima ha imparato a tacere.
Una poetica struggentemente ‘impossibile’. Una poetica d’eccellenza, e senza alcun intento di esagerare.

Giulia Carmen Fasolo

 

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Note biografiche dell’autore

Paolo Cutroni, classe ’91 è un attore siciliano emigrato a Roma. Si diploma presso l’accademia teatrale “Teatro Azione” diretta da Cristiano Censi e Isabella Del Bianco. Collabora negli anni con numerose compagnie romane e nazionali, sperimentando e alimentando la coscienza di sé.
Gioca con la poesia perché non ne può fare a meno.

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