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Premio ULTERIORA MIRARI - Mosaici - Fragmenta Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Martina Campi, Gianluca Corbellini, Ivan Fassio, Valentina Gaglione, Ermanno Guantini, Antonio Maggio, Sebastiano A. Patanè, Fernando Della Posta, Roberto Ranieri, Silvia Rosa, Meth Sembiase, Ada Gomez Serito, Tiziana Tius
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Parlano di questo libro:
Galleria fotografica e video: - Premiazione 1° concorso Ulteriora Mirari - Né santa né peccatrice - Valetina Gaglione
Fragmenta 1a ristampa dicembre 2011
Selezione testi
Ada Gomez Serito
era nero e mettevo garze sul viso, erano lente processioni di addio, la mia preghiera era barocca e la sabbia era marmo rosso di Francia, il mio ventre marciva, il respiro martellava il muscolo del cuore rimbalzando sugli organi con rumore acuto in contro fase, il vuoto rantolava nel sottoscala, la punta delle dita mi si apriva in ragadi e la notte riceveva le grida di memorie impazzite
Cristina Bove
MI HANNO DETTO DI OFELIA Voci di corridoio (locuzione scontata)
Ermanno Guantini
[...] sfioro il mondo con la forza di andare avanti. dovevo dirti che non avevo decenza per esplorare la luce della notte. ora siamo qui ora non siamo altrove. non puoi dire di no. non possiamo avere il coraggio di tornare indietro su queste forze sfrenate. farci ritornare al punto da cui avevamo avuto l'idea lasciarci partire. e penetrare ancora la freddezza. provo a trascrivere le cifre incerte. ci dilunghiamo sulla necessità della notte. ci sforziamo di mantenere il sorriso nella coscienza della corrente. non conosciamo altra strada che la confessione. per onde e stringhe. non abbiamo niente da dirci poi che le nostre facce. non posso dirti niente. non possiamo lasciarci altro che una mutua offerta di pudore. non importa la presunzione della morte. abbiamo perso la parte più mesta di noi. forse abbiamo sentito che non potevamo avere altro. e questo ci poteva anche bastare. non avevamo velocità per raggiungere l'odio migliore dei mercenari. avevamo lacrime per la pelle. e ci bastava il silenzio. il freddo ci punge fino a fare scomparire il rimorso. non avevamo voglia di risalire piano la corrente. non avevamo voglia di dare credito alle parabole. abbiamo scelto di andare avanti. e indietro. e far finta di andare avanti. di procrastinare ancora la concessione del fondale. forza sorridi al viatico. forza sorridi ai rimasugli del pane. forza sorridi. abbiamo deciso di modulare la sconfitta nei toni più freddi della decenza. nel pulviscolo appaiono anfratti sull'asfalto bagnato. odori, cretti in una spirale di perseveranza. dà un' odore ipnotico questa pioggia. odore ipnotico il baratro. e batte il fiume grigio senza fermare il corso delle attese. non possiamo dirci niente ora. [...]
Ivan Fassio
Presente già passato Se fosse destinato Lo sarebbe al distaccato dalla sorte, All’esiliato in ogni luogo Della terra e della mente.
Libro canto spettacolo, Questo gesto spezzato Appena comprendiamo: Che davvero non sia mai finita Per chi è ferito a morte Per chi è segnato a vita!
La tragedia a ripetizione Di vivere in contraddizione È categoria ampia, tetra, Forse infinita, ognuno può rientrare. Eppure fai un passo indietro Mentre mi ascolti: di certo Non risulti nell’elenco, non sei invitato, A te, proprio a te, Questo verso non è dedicato!
Roberto Ranieri
Coda (A capo)
La coda non rende giustizia al tuo ricettario infinito di regole, pia liquirizia di forme che non ho capito ma sciolgo fra labbra e palato sfidando l’astuzia del nero a estinguere il moto e lo stato dal tu reo confesso del vero. Amore, che a nullo tuo amato rifiuti mai la prefazione in calce, carteggio avariato di bocche riaperte a tuo nome e subito chiuse, nadir e zenit d’ogni convenzione di pappe, già dolce dormire di maggio, bidet al cortisone...
Tiziana Tius
Se fosse che un cappello in testa portasse fortuna ai pensieri ne spargerei vagoni sopra le teste che nuotano in un mare di niente
*
Il volto mira al cuore un solo palpito a percorrere l'arsura del labbro che cede al tormento delle parole
(A Paul Celan)
Silvia Rosa
Imperfetto modo indicativo d(ell)’essere [parola]
era il nostro segreto (ma) l i b e r a finalmente e non ti penso e non ti voglio e non -è NO-]
Martina Campi
Un albero strangolatore impiega più di vent’anni a prendere il posto dell’albero originario. Nella foresta sacra si possono sentire le voci dei morti e si può sentire il respiro degli alberi. Era verde anche il cielo, e ogni lato da cui si proveniva. Nelle stazioni di sosta si offrivano benvenuti per pochi spiccioli. Altrimenti servono le ali, per andarsene da qui servono le ali. Non prendere niente. Non lasciare niente. Abbiamo sentito l’abbraccio dei secoli sussurrarci all’orecchio tutti i suoni del silenzio. Si camminava tra le radici respirando corteccia, vestendo corteccia.
Poi il giorno scompariva dietro l’oceano e veniva a prenderci la notte, e la notte portava fuochi e portava carezze. Veniva la notte a prenderci e la notte portava la pace e portava altre luci.
Doris Emilia Bragagnini
sweet, sweet, my hungry sweet melody, sweet...
Meth Sambiase
Bell’imbriana Avresti dovuto mettermi nuda fra le tue gambe e darmi di nuovo la vita. Chiamare tutte le cose con un nome nuovo perché fossero le mie cose le tue cose le nostre cose.
Avresti dovuto chiederti perché mi chiudevo negli armadi al buio e azzittivo i rumori e diventavo feto intrizzito maledicendomi con un cerchio sulla testa.
Avresti dovuto confortarmi, nutrirmi, cullarmi, mettermi una coperta rosa fatta all'uncinetto lasciarmi peccare nell'egoismo attaccata all'oro bianco delle tue mammelle.
Avresti dovuto somigliarmi farmi credere alla verità lucente del vetro degli anni che mutano la forma della sembianza, una nuova architettura spirali di vertebre e capelli pilastri gemelli, e gemelle viventi.
Io c'ero. C'ero sempre stata. Sciupata dalle ditate sulle spalle, -povero piccolo insetto - pestata, ammaccata, inquieta, pluviometro di lacrime, azzoppate e sommerse dalle adolescenze, dalle poesie veloci come spine,
e alla fine del fondale, uno zodiaco d'acqua con dodici segni disuguali a chiamarmi orfana, accatastata da un sonno leggero e storpio che m'induceva a svegliarmi nelle notti che disavanzavano dal sogno e tenerti vicino, a guardarmi, ombra proiettata di corpo madre, madre mia.
Valentina Gaglione
Storia di versi 2 (Noi che ce la raccontiamo)
mista a speranza puro inganno
Gianluca Corbellini
I tetti di Teheran
meglio tagliare i dubbi di traverso dopo tutto non solo per morire, scrivere la mano tesa nel buco a cercare troppe volte in quel corridoio buio non mi fido di te
Sebastiano A. Patanè
e queste mani che si estendono fino agli occhi e queste mani che si estendono fino agli occhi questo delirio di carne che insinui umido ai lati della lingua non risolve l’alba e non decide l’ora delle fate se solo un fenicottero nella pozzanghera può fermare il tempo
comprendere le coincidenze soffocherebbe certe mutevolezze ma si appiattirebbero le dune lungo i vecchi confini ah! si vedono ancora in basso, allegrezze senza curve spie avariate di metafore secche nelle controparole
sopravvivere poesia per poi morire appena sillaba nell’incompiuta mai cominciata mentre una sfacciata clivia non nasconde la sua bellezza…
Fernando Della Posta
La carne
Ho sempre domandato al sensale o al maestro di cerimonie, una storia che arda come due fiammelle in un solo fuoco sotto i colpi del vento e le folate calde di passione.
Nelle stanze chiuse, riempire il tempo con gli aliti delle lingue rosse e saturarla, l’aria, dei suoni e dei pensieri di chi dimentica il mondo e lo ricrea nelle efelidi innocenti di chi è amato e ricambiato seppur fugacemente.
Sugli spuntoni di un letto soffice, sorridere e divertirsi è il minimo concesso; dimenticare gli affanni desiderando l’attimo infinito è l’egoismo dei sensi sacrificato al patto suggellato dall’affetto: è condividere il bisogno di annientarsi e di fuggire: è il confessarsi schiavi dell’inganno del piacere che è del mondo la linfa imperitura.
Antonio Maggio
[...]
Lunedì mattina. Lei è lì, col suo bagaglio di gioie e stanchezze, con quella giovane freschezza così fragile, così disarmante. Le otto. Come sempre, l’ora dell’incontro, ma chi la ha mai veramente incontrata? Lei giunge quando io arrivo, due treni diversi, due destinazioni opposte; una barriera di sogni ed emozioni che si interrompe per pochi minuti, il tempo di uno sguardo, di un impercettibile saluto, di un addio… La stessa stazione, come ogni giorno, sporca e logora, stantia, stufa di accogliere sempre le solite persone, immagini di un passato e di un futuro già dimenticati. Le stesse movenze, gli stessi gesti, emblema di un’abitudine stanca e invincibile. Poi c’è lei. Come tutti, stanca, pallida ma con dolcezza, triste eppure volitiva, diversa, nuova anche nel ripetersi, nell’occupare la sua sedia, nell’aprire il suo libro. Le otto e due. Un fischio dalla stazione annuncia l’imminente partenza del “suo” treno. Ed ecco che mi guarda. Mi osserva per pochi ma intensi istanti, ed il mondo mi appare un po’ migliore. Poi il treno parte ed io rimango solo, in questa moltitudine indifferente, ma non mi lamento. Un nuovo fischio ha appena annunciato la partenza del “mio” treno verso una direzione opposta a quella dei sogni, verso la mia giornata.
[...] Quello che un grande poeta francese mi ha trasmesso dal profondo del suo cuore, si è ora perso nei meandri della mia memoria. Lei non c’è. Per la prima volta da quando la conosco o meglio, da quando credo di conoscerla, non occupa il solito posto vicino al finestrino ad un passo da un altro treno, da un altro mondo, ad un passo da me. Cosa sarà successo? Avrà dei problemi a casa? Non posso credere che abbia marinato la scuola, non è il tipo! Credo di conoscerla bene. Lei è la prima della classe, la classica studentessa brava ma non arrogante che irradia bontà, la mattina si mette lì per offrirmi quel breve momento di beatitudine, non può averlo saltato apposta, non può farmi questo. Deve esserle accaduto qualcosa. Che sia ammalata? Chissà dove sarà ora: in un letto? In un ospedale? Speriamo solo che la giornata passi velocemente, domani il mio sole tornerà a splendere. Venerdì mattina. Il sole non è ancora tornato. Per due interi giorni l’ho attesa: niente. “Lei” non c’è. Le mie giornate non sono più le stesse da quando è sparita, a scuola seguo le lezioni come un automa svolge il suo bravo compitino e la notte ho smesso di leggere; sul mio diario non ci sono più poesie ma due pagine vuote. Quante cose avrei voluto dirle, anche per una sola volta avrei voluto correrle incontro per toccarla, sfiorarla e proprio ora che sento di avere il coraggio, di infischiarmene della scuola, dei treni, delle direzioni opposte corro il rischio di non rivederla, se non nei miei sogni.
[...]
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