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  :: Circospette ombre (discussione sulla fotografia) (2011)


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Premio ULTERIORA MIRARI - Mosaici - Fragmenta
 

Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Martina Campi,

Gianluca Corbellini, Ivan Fassio, Valentina Gaglione,

Ermanno Guantini, Antonio Maggio, Sebastiano A. Patanè,

Fernando Della Posta, Roberto Ranieri, Silvia Rosa,

Meth Sembiase, Ada Gomez Serito, Tiziana Tius

 

mosaici_web

 


Parlano di questo libro:

- Versi Sfusi

- Le vie poetiche

 

Galleria fotografica e video:

- Premiazione 1° concorso Ulteriora Mirari 

- Né santa né peccatrice - Valetina Gaglione

 

 

Fragmenta
AAVV
978-88-6300-046-7
Costo euro 15,00 - Pag. 142
Edizioni Smasher
Partecipano i seguenti scrittori:
Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Martina Campi, Gianluca Corbellini, Ivan Fassio, Valentina Gaglione, Ermanno Guantini, Antonio Maggio, Sebastiano A. Patanè, Fernando Della Posta, Roberto Ranieri, Silvia Rosa, Meth Sambiase, Ada Gomez Serito, Tiziana Tius
 Foto di copertina di Giulia Carmen Fasolo

» Paga con bollettino

» Servizio Librerie

1a edizione ottobre 2011
1a ristampa dicembre 2011

 


 

Selezione testi

 

Ada Gomez Serito

 

era nero e mettevo garze sul viso,

erano lente processioni di addio,

la mia preghiera era barocca e la sabbia

era marmo rosso di Francia,

il mio ventre marciva,

il respiro martellava il muscolo del cuore

rimbalzando sugli organi con rumore acuto in contro fase,

il vuoto rantolava nel sottoscala,

la punta delle dita mi si apriva in ragadi

e la notte riceveva le grida di memorie impazzite

 


 

Cristina Bove

 

MI HANNO DETTO DI OFELIA

 

Voci di corridoio (locuzione scontata)
eppure dice
che l'oggetto ci sembra in dedicato
verbale
allora qui domando se qualcuno
l'ha vista nello scorrere del fiume
o dormire
o morire
o l'uncino di un albero di acacia
l'abbia trafitta in salvo

a me pareva
d'averla tra-lasciata
a tra-spirare in vasi di cantina

Nel dilemma
mi annebbio e mi dibatto
considerato che
se sono matto, se racimolo aut-aut
dalle rovine
di un castello di carte (Elsinore, sapete,
è un luogo scritto) niente di fatto
non sono più sicuro del mio nome
e dell'Ofelia
ho perso ogni contatto. Mi darete notizie?
Mi farete sapere se son morto?..

vostro
Amleto

 


 

 

Ermanno Guantini

 

[...]

sfioro il mondo con la forza di andare avanti. dovevo dirti che non avevo decenza per esplorare la luce della notte. ora siamo qui ora non siamo altrove. non puoi dire di no. non possiamo avere il coraggio di tornare indietro su queste forze sfrenate. farci ritornare al punto da cui avevamo avuto l'idea lasciarci partire. e penetrare ancora la freddezza. provo a trascrivere le cifre incerte. ci dilunghiamo sulla necessità della notte. ci sforziamo di mantenere il sorriso nella coscienza della corrente. non conosciamo altra strada che la confessione. per onde e stringhe. non abbiamo niente da dirci poi che le nostre facce. non posso dirti niente. non possiamo lasciarci altro che una mutua offerta di pudore. non importa la presunzione della morte. abbiamo perso la parte più mesta di noi. forse abbiamo sentito che non potevamo avere altro. e questo ci poteva anche bastare. non avevamo velocità per raggiungere l'odio migliore dei mercenari. avevamo lacrime per la pelle. e ci bastava il silenzio. il freddo ci punge fino a fare scomparire il rimorso. non avevamo voglia di risalire piano la corrente. non avevamo voglia di dare credito alle parabole. abbiamo scelto di andare avanti. e indietro. e far finta di andare avanti. di procrastinare ancora la concessione del fondale. forza sorridi al viatico. forza sorridi ai rimasugli del pane. forza sorridi. abbiamo deciso di modulare la sconfitta nei toni più freddi della decenza. nel pulviscolo appaiono anfratti sull'asfalto bagnato. odori, cretti in una spirale di perseveranza. dà un' odore ipnotico questa pioggia. odore ipnotico il baratro. e batte il fiume grigio senza fermare il corso delle attese. non possiamo dirci niente ora.

[...]

 


 

 

Ivan Fassio

 

Presente già passato

Se fosse destinato

Lo sarebbe al distaccato dalla sorte,

All’esiliato in ogni luogo

Della terra e della mente.

 

Libro canto spettacolo,

Questo gesto spezzato

Appena comprendiamo:

Che davvero non sia mai finita

Per chi è ferito a morte

Per chi è segnato a vita!

 

La tragedia a ripetizione

Di vivere in contraddizione

È categoria ampia, tetra,

Forse infinita, ognuno può rientrare.

Eppure fai un passo indietro

Mentre mi ascolti: di certo

Non risulti nell’elenco, non sei invitato,

A te, proprio a te,

Questo verso non è dedicato!

 


 

 

Roberto Ranieri


Coda (A capo)


La coda non rende giustizia

al tuo ricettario infinito

di regole, pia liquirizia

di forme che non ho capito

ma sciolgo fra labbra e palato

sfidando l’astuzia del nero

a estinguere il moto e lo stato

dal tu reo confesso del vero.

Amore, che a nullo tuo amato

rifiuti mai la prefazione

in calce, carteggio avariato

di bocche riaperte a tuo nome

e subito chiuse, nadir

e zenit d’ogni convenzione

di pappe, già dolce dormire

di maggio, bidet al cortisone...

 


 

Tiziana Tius

 

Se fosse che un cappello in testa

portasse fortuna ai pensieri

ne spargerei vagoni

sopra le teste che nuotano

in un mare di niente

 

*

 

Il volto mira al cuore

un solo palpito

a percorrere

l'arsura del labbro

che cede al tormento

delle parole

 

(A Paul Celan)

 


 

Silvia Rosa


Imperfetto modo indicativo d(ell)’essere [parola]

 

era il nostro segreto
linguaggio -non era niente-
era quella parola che mi hai insegnato
e non pronunciavo -disubbidiente-
poi una volta, che non ti ricordi, certo,
ho detto, tenendola in bocca
come una caramella un boccone che scotta,
in fretta (ma sembrava l e n t a m e n t e)

era quella parola che ti ho insegnato
non ti ricordi ora, ma un tempo
la ripetevi sempre -un codice- (di voglie)
era la tua parola (come) -un ordine-
il filo di lettere intorno a un baco
che moriva (un istante) indossando
ali di virgole, cambiando rauco il verso
dell'orizzonte e ancora e stanco

era il nostro segreto
linguaggio che hai (ab)usato
in una piazza nel vuoto di voci -altre-
dove chiunque che parla, parla il nostro linguaggio
che non era segreto, era qualunque
una lingua che reciti quando ti serve,
quando non sapevi che fartene
del silenzio perfetto della mia pelle

era la tua parola una puttana
di quelle così tristi e vecchie e sfatte
che t'innamorano di compassione
era la mia parola un'occasione
di trasformarla in madre in casa
in un Amore che non snudi di racconto,
non era che d'inchiostro lieve un apostrofo -per te-
la pausa -per me- che accoglieva il mio vo(l)to

era il tuo nome teso increspato in un soffio
che ricadeva a metà, al vertice
di quel nostro discorso (se mi arrendevo
al sapore più dolce della tua grammatica)
era il mio nome per intero che non dicevi
che qualche volta e pareva la prima
che fosse detto, come l'avessi inventato tu
per il gusto di possederlo -uno fra tanti, troppi-

era il nostro segreto linguaggio, era quella parola,
era il tuo nome era il mio, era la nostra storia
una trama qualsiasi, che non era neppure
qualsiasi una bugia -non era niente-
era la tua solitudine al culmine in un grumo d'assenze
era il mio pianto sottile di primavera una pioggia
vergine che si espone alla faccia del sole e
attraversa muta l'eclisse di ogni abbandono

è l'alfabeto con cui dirmi daccapo -sola-,

(ma) l i b e r a finalmente
[e se anche ti penso e ti voglio e ti cerco

e non ti penso e non ti voglio e non -è NO-]

 


 

Martina Campi

 

Un albero strangolatore impiega più di vent’anni

a prendere il posto dell’albero originario.

Nella foresta sacra si possono sentire le voci dei morti

e si può sentire il respiro degli alberi.

Era verde anche il cielo, e ogni lato da cui si proveniva.

Nelle stazioni di sosta si offrivano benvenuti

per pochi spiccioli. Altrimenti servono le ali,

per andarsene da qui servono le ali.

Non prendere niente. Non lasciare niente.

Abbiamo sentito l’abbraccio dei secoli sussurrarci all’orecchio

tutti i suoni del silenzio. Si camminava tra le radici

respirando corteccia, vestendo corteccia.

 

Poi il giorno scompariva dietro l’oceano

e veniva a prenderci la notte, e la notte

portava fuochi e portava carezze.

Veniva la notte a prenderci e la notte

portava la pace e portava altre luci.

 


 

Doris Emilia Bragagnini

 

sweet, sweet, my hungry sweet melody, sweet...

osserverò le piume alzate contro il vento che
il tuo gorgheggio solleverà nel vuoto intabarrato
e lì, a colpire dove il fianco è muto e
cola l’ombra - rovesciata -
sulla rotondità del giglio oscuro
reciderò gli stami
scivolando al fondo di quel ringhio d’altro canto
da serrare, tra le mie parole nude

erano i giorni delle unghie scheggiate
tra gli spazi tanto freddo e
il ruvidore precipitava l’ululo
a lisciarle sulla faccia ma, non era la paura
a stringere nei nastri l’andirivieni di quel fronte
che vedevo nei suoi occhi
piuttosto un velo, patinato su quel bianco
sopraggiunto come schiuma di

- distacco -

 

 


 

Meth Sambiase

 

Bell’imbriana


Avresti dovuto

mettermi nuda fra le tue gambe

e darmi di nuovo la vita.

Chiamare tutte le cose

con un nome nuovo

perché fossero le mie cose

le tue cose

le nostre cose.

 

Avresti dovuto chiederti

perché mi chiudevo negli armadi al buio

e azzittivo i rumori

e diventavo feto intrizzito

maledicendomi con un cerchio sulla testa.

 

Avresti dovuto

confortarmi, nutrirmi, cullarmi,

mettermi una coperta rosa fatta all'uncinetto

lasciarmi peccare nell'egoismo

attaccata all'oro bianco delle tue mammelle.

 

Avresti dovuto somigliarmi

farmi credere alla verità lucente del vetro

degli anni che mutano la forma della sembianza,

una nuova architettura

spirali di vertebre e capelli

pilastri gemelli, e gemelle viventi.

 

Io c'ero.

C'ero sempre stata.

Sciupata dalle ditate sulle spalle,

-povero piccolo insetto -

pestata, ammaccata, inquieta,

pluviometro di lacrime,

azzoppate e sommerse dalle adolescenze,

dalle poesie veloci come spine,

 

e alla fine del fondale,

uno zodiaco d'acqua

con dodici segni disuguali a chiamarmi orfana,

accatastata

da un sonno leggero e storpio

che m'induceva a svegliarmi

nelle notti che disavanzavano dal sogno

e tenerti vicino,

a guardarmi,

ombra proiettata di corpo madre,

madre mia.

 


 

Valentina Gaglione

 

Storia di versi 2 (Noi che ce la raccontiamo)


Raccontarsi una marcia in più
con un accendisigari tra le dita
darsi un tono da eremita
sfoltire gli anni alla richiesta,
tecnica fine di difesa

mista a speranza

puro inganno
Che possa ancora accadere?
Cosa?
Qualunque


Raccontarsi una marcia in più
diventa nascondiglio
di periodi infecondi e muti
istigazione a delinquere
per la forza del sorriso

Unghie di donne lungo le piante dei piedi
e tu non senti niente
Unghie di donna sull'anima di un principe
e tu piangi
Eri più forte da bambino
quando sparavi alle ombre
e i panni stesi erano giganti forti

Eppure ti muovi come caricatura
trovi il punto
in cui perdere o rubare soluzioni
per evadere nell'abbraccio di nuvole feconde.

 

 


 

Gianluca Corbellini

 

I tetti di Teheran

 

meglio tagliare i dubbi di traverso
e nel mezzo, il richiamo delle promesse
che si sciolgono fin da subito
come a perseverare la pioggia tra le mani
di chi afferra nodi sulla seta.

dopo tutto non solo per morire, scrivere
nelle striature della salsedine
senza lasciare tracce sulla pelle
mentre le vene scoppiano, di libertà
pagate al prezzo della luna

la mano tesa nel buco a cercare
un letto di chiodi, come verticale sui rimpianti
che a caderci sopra ti fottono le membra
ma è la testa a rimanere sverginata

troppe volte in quel corridoio buio
a cercare un appiglio, il ritratto di un muro
e il vinile che ricorda gli anni settanta
nei tetti di Teheran, dove si cadeva presto
e bisognava pagarsi pure le pallottole

non mi fido di te
di chi mi racconta solo del passato
perché il domani sembra muto
come un figlio bastardo, rinchiuso
senza neanche un letamaio per dormire
costretto a vederti nascere ogni anno
ed ogni anno a lasciarti andare.

 


 

Sebastiano A. Patanè

 

e queste mani che si estendono fino agli occhi


e queste mani che si estendono fino agli occhi

questo delirio di carne che insinui umido ai lati della lingua

non risolve l’alba e non decide l’ora delle fate

se solo un fenicottero nella pozzanghera

può fermare il tempo

 

comprendere le coincidenze

soffocherebbe certe mutevolezze

ma si appiattirebbero le dune lungo i vecchi confini

ah! si vedono ancora in basso, allegrezze senza curve

spie avariate di metafore secche nelle controparole

 

sopravvivere poesia per poi morire appena sillaba

nell’incompiuta mai cominciata mentre una sfacciata clivia

non nasconde la sua bellezza…

 


 

Fernando Della Posta

 

La carne

 

Ho sempre domandato al sensale

o al maestro di cerimonie,

una storia che arda come

due fiammelle in un solo fuoco

sotto i colpi del vento

e le folate calde di passione.

 

Nelle stanze chiuse, riempire il tempo

con gli aliti delle lingue rosse

e saturarla, l’aria,

dei suoni e dei pensieri

di chi dimentica il mondo

e lo ricrea

nelle efelidi innocenti

di chi è amato e ricambiato

seppur fugacemente.

 

Sugli spuntoni di un letto soffice,

sorridere e divertirsi

è il minimo concesso;

dimenticare gli affanni

desiderando l’attimo infinito

è l’egoismo dei sensi

sacrificato al patto

suggellato dall’affetto:

è condividere il bisogno

di annientarsi e di fuggire:

è il confessarsi schiavi

dell’inganno del piacere

che è del mondo

la linfa imperitura.

 


 

Antonio Maggio

 

[...]

Lunedì mattina. Lei è lì, col suo bagaglio di gioie e stanchezze, con quella giovane freschezza così fragile, così disarmante. Le otto. Come sempre, l’ora dell’incontro, ma chi la ha mai veramente incontrata? Lei giunge quando io arrivo, due treni diversi, due destinazioni opposte; una barriera di sogni ed emozioni che si interrompe per pochi minuti, il tempo di uno sguardo, di un impercettibile saluto, di un addio…

La stessa stazione, come ogni giorno, sporca e logora, stantia, stufa di accogliere sempre le solite persone, immagini di un passato e di un futuro già dimenticati. Le stesse movenze, gli stessi gesti, emblema di un’abitudine stanca e invincibile.

Poi c’è lei. Come tutti, stanca, pallida ma con dolcezza, triste eppure volitiva, diversa, nuova anche nel ripetersi, nell’occupare la sua sedia, nell’aprire il suo libro.

Le otto e due. Un fischio dalla stazione annuncia l’imminente partenza del “suo” treno. Ed ecco che mi guarda. Mi osserva per pochi ma intensi istanti, ed il mondo mi appare un po’ migliore. Poi il treno parte ed io rimango solo, in questa moltitudine indifferente, ma non mi lamento. Un nuovo fischio ha appena annunciato la partenza del “mio” treno verso una direzione opposta a quella dei sogni, verso la mia giornata.

[...]

Quello che un grande poeta francese mi ha trasmesso dal profondo del suo cuore, si è ora perso nei meandri della mia memoria. Lei non c’è. Per la prima volta da quando la conosco o meglio, da quando credo di conoscerla, non occupa il solito posto vicino al finestrino ad un passo da un altro treno, da un altro mondo, ad un passo da me. Cosa sarà successo? Avrà dei problemi a casa? Non posso credere che abbia marinato la scuola, non è il tipo! Credo di conoscerla bene. Lei è la prima della classe, la classica studentessa brava ma non arrogante che irradia bontà, la mattina si mette lì per offrirmi quel breve momento di beatitudine, non può averlo saltato apposta, non può farmi questo. Deve esserle accaduto qualcosa. Che sia ammalata? Chissà dove sarà ora: in un letto? In un ospedale? Speriamo solo che la giornata passi velocemente, domani il mio sole tornerà a splendere.

Venerdì mattina. Il sole non è ancora tornato. Per due interi giorni l’ho attesa: niente. “Lei” non c’è. Le mie giornate non sono più le stesse da quando è sparita, a scuola seguo le lezioni come un automa svolge il suo bravo compitino e la notte ho smesso di leggere; sul mio diario non ci sono più poesie ma due pagine vuote. Quante cose avrei voluto dirle, anche per una sola volta avrei voluto correrle incontro per toccarla, sfiorarla e proprio ora che sento di avere il coraggio, di infischiarmene della scuola, dei treni, delle direzioni opposte corro il rischio di non rivederla, se non nei miei sogni.

 

[...]