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| "Il pianto delle falene" di Giorgio Sannino |
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Post-fazione
di Giulia Carmen Fasolo
Ti prende all’improvviso e ti sequestra il respiro per un tempo che appare un’eternità, pur essendo solo un manipolo chiassoso di minuti. Stabilisce come e quando entrare nella tua vita, in una morsa che difficilmente la ragionevolezza può allentare in poco tempo. Non bussa, quasi non ti dà suoni di allarme o preannuncia la formazione del suo tentacolo nelle tue viscere.
Accade di colpo. Ti scaraventa al centro di un attimo che non riesci a gestire e ti sottrae il controllo alle mani, alla voce, alla volontà, al respiro, al battito cardiaco, all’equilibrio di scegliere lì in quel momento cosa fare. È come sentirsi morire. Ogni volta ti trovi impreparato, pur aspettando il suo arrivo di soppiatto in qualsiasi momento della tua giornata.
Chi ha sofferto, o soffre, di attacchi di panico sa dare un nome a tutto questo e si riconosce in Katia, la protagonista di questo straordinario lavoro dello scrittore Giorgio Sannino. Dalla sua penna viene fuori un romanzo con un intreccio gestito in modo eccellente, raccontato quasi in un solo fiato anticipatorio. Non è un manuale. Il pianto delle falene non ha la presunzione di spiegarti da dove viene e come va via il disturbo di panico, ma ha la straordinaria delicatezza e sensibilità di raccontarti cosa comporta attraverso la pelle.
È la terza volta che leggo il romanzo di Sannino e mi viene in mente il primo pensiero che ha accompagnato la ricezione del suo manoscritto due anni fa: ma come farà un uomo a scrivere al femminile? Prima di leggere questo romanzo, ero convinta che solo noi donne fossimo in grado davvero di raccontare il nostro universo femminile, e solo gli uomini il loro. Così, semplicemente, forse banalmente ne ero convinta. Ora, invece, comprendo meglio il senso, attraverso un meta messaggio chiaro e inequivocabile che è racchiuso nell’universo letterario che non ha un sesso, né un’appendice da declinare al femminile o al maschile.
Katia è un personaggio che assomiglia a chiunque, non solo a chi soffre di attacchi di panico, quando si racconta così: Mi piace il mio lavoro perché è come un cappotto caldo d’inverno, ho paura dei cambiamenti e non faccio che cercare riparo. Forse non tutti abbiamo paura dei cambiamenti, ma a tutti piace qualcosa che sia in grado di ripararci. Il lavoro. L’amore. L’arte. La letteratura. La musica. Il sesso. Il silenzio. La vita. La lotta sociale. Qualsiasi cosa che ci serva da riparo e da carburante, noi lo indossiamo ogni mattina.
Katia, raccontandoci cosa indossa – e non per forza metaforicamente parlando – e come si avviluppano al suo quotidiano gli incontri che le capitano, è in grado di tenerci con il filo sospeso, ma la verità è che si ripara in noi. Quasi ci chiede di seguirla tra i tavoli della locanda, di farle compagnia nel massaggio ristoratore ai piedi, di scegliere con cura qual è l’immagine allo specchio che più le si addice per l’occasione, quale sia l’uomo giusto tra Nico e Paolo, intervallato dall’omosessualità e stravaganza di Peter, cosa avrebbe fatto Marylin al suo posto, quanto affetto-stima-riconoscenza nutre nei confronti dei locandieri Esther e Umberto…
In questo romanzo, chi soffre di attacchi panico cerca, in qualche modo e da qualche parte, un riparo, divenendo – appena lo trova – quasi un tutt’uno con quel riparo. Ne elenchiamo solo alcuni…
Nico, il fidanzato “ufficiale” di Katia forse ne è un esempio, come Jonathan, il locale dove la stessa lavora da dieci anni; o semplicemente l’uomo è una stampella (come sottintendono gli altri personaggi). Parla con la stessa sicurezza di sempre, con una modalità quasi meticolosa, e fa l’amore allo stesso modo, senza schiamazzi e divertimenti. Il dubbio: andare o non andare a convivere con lui?
Paolo, l’altro respiro maschile, rappresenta una voglia, la trasgressione sessuale, la possibilità di non dover utilizzare sempre e a ogni costo il proprio controllo sugli eventi. Anche se Katia sa perfettamente che talvolta è proprio la mancanza del controllo a provocare, apparentemente, i suoi attacchi di panico.
Peter, l’amico omosessuale stravagante, capace di amarla in qualsiasi forma sia consona a diventare contenitore delle sue paure (quindi anche fisicamente).
E tanti altri, dalla libraria Camilla al gatto furbo Geremia. Una piccola casa basta, un amico anche, un cinema, qualche libro, qualche foto appesa, un ballatoio...
Le manca, però, la capacità di lasciarsi andare. Non è affrontare la paura di volare (giusto per fare un esempio tra tanti) per andare a riprendere Nico (vittima o finta vittima di una TGA[1]), ma è uscire per un momento fuori dalle muraglie e viverla la paura, affrontarla e sapere che niente in realtà potrà accadere. Parlarle in faccia, in modo diretto, vomitandole a chiare lettere che ci basta amarci per ciò che siamo, per affrontarla e combatterla.
Non è un libro sospeso, perché ha un finale ben preciso. E guai a identificarlo come la fuga dalle responsabilità, dalla maturità e da una decisione “più saggia”. No, questo no. Io ho letto Katia in un altro modo, semplicemente ho lasciato che assumesse la presenza che lei, in realtà, ben conosce dentro di sé: una persona che non deve eccellere a tutti i costi per la paura di deludere. Infatti, al di là del finale, ciò che ci resta tra le mani, appena abbiamo chiuso il libro, sono i suoi desideri, la vera lotta contro gli attacchi di panico, le parole degli altri, il rifiuto dell’eccellenza alla faccia dell’antico volere di suor Agostina (cronicizzato in Katia). Ci ritroviamo i resti della muraglia, crollata finalmente.
Il pianto delle falene |
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Il pianto delle falene






