AVVISI
La Redazione riceve nei giorni di
lunedì, mercoledì e venerdì
ore 15.00 - 19.00
salvo diverse comunicazioni.
| "Ipotesi corpo" di Enzo Campi |
|
|
|
Prefazione di Natàlia Castaldi Posizioni (tracce e cancellazioni di un corpo in opera) La parola «ipotesi», ???-?????, tesi sottomessa, in questo caso, al corpo, deve essere intesa come una sorta di ricettacolo che contiene in sé almeno altri tre termini: supposizione, sintesi e tesi. Tutte e tre le definizioni (che non definiscono nulla di categorico, ma che si sfiniscono nel reiterare un palinsesto di possibilità) sono sottese al e nel corpo.
pende tende il viso soma cosa? peso irriso nudo assiso sempre impreparato tace l’ordine disordinato delle manie represse inespresse a piedi uniti
e mani sempre altrove sempre in opposizione allontanandosi dalla vibrazione sviene ancora scivolando sul seme imploso nella guaina ascoltando il tonfo della ragione sempre costretta e immobilizzata come sema al sasso e al sesso sporcandosi di senso
Termini come tonfo, costretta, immobilizzata, rinviano a quella tesi sotto-messa di cui si è appena accennato e che viaggia all’unisono con la supposizione e con la sottoposizione. Da qui il titolo che ho inteso dare a questa mia disamina su un progetto di ricerca poetica e linguistica che l’Autore persegue a più livelli.
Tutto verte sul corpo e sulle sue posizioni, sulle ex-posizioni e sulle esposizioni, su ciò che genera i movimenti del corpo e su ciò a cui il corpo rinvia. A priori una ex-posizione, originaria e sorgiva, innata e, in un certo senso, dovuta. A fortiori un’esposizione fortemente legata al senso della «gettata», dell’estroiezione, del portarsi in fuori. Non a caso le epigrafi scelte dall’autore riportano due citazioni di Bacon e Artaud che, in quanto a gettate e esposizioni, non sono secondi a nessuno.
Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che - poematicamente e teatralmente - si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).
e fa specie sapere che il dolo non è preso a nolo e affrescato nell’istante ma lucidamente reiterato nel fluido fiume di carne che riannoda il punto al punto l’uno raggomitolato l’altro estinto prima trascolorato e vacuo poi insignito della carica suprema che lo spinge ad apostrofare il cosa seguito dal punto di domanda
Lo scopo della parola non è quello di descrivere le passioni, bensì quello di lasciare che la drammaticità e la drammatizzazione trovino espressione attraverso la rappresentazione dell’effetto che esse esercitano nel corpo, nella voce del corpo, o meglio: nel corpo della voce, nel fragore di assonanze ed allitterazioni che si susseguono pretendendo l’oralità di un testo che fa del corpo materia di indagine e veicolo di prosecuzione.
io corpo certo pronto all’uso appena appena pastorizzato poco più che prosciugato ripartorito ripartito fluito di poco in poco pesato pensato in vero disappaiato come a dire ghigliottinato in fine piallato per svilire l’attrito come a ribadire la privazione per un passato sempre da ripassare per morire il mondo a tutto tondo e ridefinire l’immondo a cui tendiamo teniamo la mano
Un teatro del dolore (o, se preferite, della finzione del dolore; non a caso le posizioni vengono spesso declinate come “pose” e “posture”, senza disdegnare di sconfinare nei territori delle “sovrapposizioni” e delle “posposizioni”) nel quale e per il quale si scatena un bisogno di «alterità» che si allunga oltre il sé in offerta, si incunea nel suo stesso nucleo pulsante, in quell’istinto animale, tanto brutale quanto crudele, volto a scarnificare l’aporeticità che lo pervade nella sua oggettiva condizione assoluta e dominante. [...]
magari cantare per meglio toccare tacciare tollerare e mettersi in posa postura su postura e allora ridonda si snoda attorcigliandosi si sottopone anteponendosi al peso si sovrappone posponendosi al sesso s’estenua sopravvivendo al cozzo per testare testarsi e rendersi al senso dei sensi defraudati seppur ingigantiti e collerici sempre tesi e resi ceduti al miglior offerente caduti sotto il giogo del non sarà mai stato che altro che questo
di poco in meno transitante e altero
[...]
faccio finta di niente sempre in opposizione avvicinandomi allo spasmo faccio finta di cadere e m’appropinquo all’esalazione dell’umore lungolinea esteso inesploso a p p a r e n t e m e n t e concluso faccio finta di sognare mi trascino del tutto o poco più attraversandomi al limite mentre la lama declina il suo istante di gloria
La drammaticità si concretizza nella creazione poetica scrivendo e riscrivendo il linguaggio nel corpo, ricercando il senso non solo nel significato oggettivo della parola ma, anche e soprattutto, nel connubio tra phoné e significante, in quell’incontro-scontro che restituisce al corpo (suo e del lettore) le disattese potenzialità che l’oralità ha in senso originario, in un gioco al massacro che, colpendo direttamente i sensi, traccia una mappa percettiva di significati e gesti attraverso i quali l’io si riscopre e si espone nelle verità più impietose ed intime di una carne che non può esimersi di mettersi «in opera».
io corpo dunque solo pelle slabbrata deflagrata nei fianchi messa in opera traumatizzata abbandonata al venereo fluido che schizza ignavo nell’ovo riflesso dall’anomalo specchio solora taciuto né interamente compreso né mai abbattuto del tutto e sempre proteso al canto
Il tempo sembra assente giacché tutto si svolge in un «flusso ininterrotto», tanto naturale quanto crudele, entro i confini spaziali del proprio corpo. Ed è proprio all’interno del corpo che io e tempo si annullano conciliandosi nella pulsione-necessità del momentum-fenomeno, in un susseguirsi di presenti urgenze da soddisfare o vanificare.
io corpo sempre toccato e schivato a malapena poco più di un orgasmo risuona e rinsalda senza contatto alcuno e qualcuno lo sa per questo l’araldo urla l’editto per mettere a morte l’estraneo che soffia sgretolando gli organi e solo abbaia e ruggisce chiamando a sé l’ellisse ovalica della vagina dentata cosa?
Il soggetto, sottomesso (sempre nella doppia accezione di supposto e sottoposto, cioè ipotizzato e posto al di sotto) al suo stesso spazio-corporeo, soggiogato dalla crudeltà del bisogno quale corrispondenza di istinto e senso, implode violentemente in un’ansia sacrilega di dissoluzione degli schemi imposti di colpa e peccato, riscoprendosi nella sofferenza e nel piacere della stilla che, rigenerandosi, celebra e insieme mortifica il prepuzio, sì da spostare l’ansia metafisica - quale risposta alla ricerca della sua stessa origine - nel fulcro rovesciato della sua stessa «materia-carne», dissacrando ed incarnandosi «corpo nei corpi», essenza di senso, essere in quanto finito ed immanente spazio.
Questa rigenerazione agisce sulle «posizioni» del corpo, ovvero ne ri-posiziona la forma e la materia moltiplicando le modalità del suo transito, senza disdegnare di misurarsi con la propria improduttività.
e non concordo coi passi escritti sulle linee dell’inquietudine né ritiro l’arto dall’insperato amplesso col supporto che ospita il mio seme al nero e mi mortifico mescolandomi al residuo di ciò che un giorno fu incenerito e glorificato in un con che tracimava d’inconcluso
Dunque, anche l’amplesso, il donarsi e prendersi appare teatralmente fallace e limitato al bisogno e all’urgenza di un qualcosa che travalichi l’immanenza. Così tutto scorre in un flusso ininterrotto ove l’alterità si rinnova nel dispendio di sé e che ritorna a sé a mani vuote (o a mani troppo piene da sembrare vuote)
perché amore se non sesso al senso che qui s’annoia e tace dedicandosi la firma simpatica pronta a dissolversi all’occasione mancata?
Amore, passione, bisogno, desiderio coincidono con l’unità di senso, con quell’uno che ne è origine e tristemente fine, conclusione, gesto circoscritto entro i confini del proprio derma. L’ansia verso il fuori da sé appare come un’illusoria e folle richiesta che si s-finisce, estroiettandosi e eiaculandosi (esponendosi e gettandosi), nella consapevolezza immanente e radicale di un’ellisse di apparente solitudine e inevitabile disperazione.
se la lingua s’impasta e precipita comunque accedo accadendomi nella lacerazione
perché corpo dunque e per rinverdire cosa?
Ma la drammatizzazione dell’intero corpo testuale potrebbe portarci a vagliare anche altre ipotesi. Basta leggere tra le righe e isolare alcuni passaggi per rendersi conto che esiste la possibilità che tutta questa apologia dica l’esatto e perfetto contrario di ciò che manifesta: non il dolore e la disperazione quindi, ma la consapevolezza che il piacere e l’appagamento viaggino, a braccetto e di comune accordo, con l’idea che il rendersi prossimo all’altro (sia l’altro-da-sé che propriamente l’altro sesso) rappresenti l’unica possibilità di prosecuzione. Ancora un ri-posizionamento quindi. Il corpo-uno, nel tentare di instaurare un regime di prossimità col corpo-altro, per usare una terminologia cara all’autore, si deloca o si rialloca costruendo una sorta di protesi del suo stesso spazio vitale.
e mi avvicendo all’altro che non arriva mai ad essere il solo l’unico l’esaustivo senza distinguere all’interno del fondo confondendomi appunto col senza fine
[…]
quale utopia è mai stata così vera? pura emozione del precipite in cerca della sua levata
[…]
lo dico io ora qui solo sesso sasso a sasso senza senso verso a verso oppure per converso solo dilezione amore affetto slancio intensità adorazione effetto
Ma torniamo alla parola, al linguaggio: “piaga per disappropriarsi / o poesia per disgregarsi?”, si chiede l’autore. Siamo artaudianamente dinanzi ad una scrittura-estrema in cui attraverso un fitto gioco di inversioni semantiche e sintattiche, ogni parola viene scomposta e ricomposta nel suono e nelle sillabe facendosi così vettore di senso svincolato e pre-esistente al pensiero. Una scrittura speculare nel suo dispendio e ricominciamento che, disgregandosi, costringe all’a capo per poi ricomporsi a partire dal suo interno, tra le righe dicevo poc’anzi, o meglio nei suoi spazi bianchi, sì da lasciare con-fluire corpo della voce e corpo del testo in una sorta di «mise en suspence», sospendendo cioè il giudizio a favore della percezione e del senso, che qui - per l’appunto - afferma se stesso. irrimediabilmente smembrato pezzo a pezzo per meglio specificarsi e quantificare il prezzo da pagare per comprare una lingua privata del palato ove impastare la complessità del canto qui smisurato e dettato senza il punto che permetterebbe l’a capo solo una volta per l’appunto capovolta
Ma su cosa questo senso, che si fa corpo e nel corpo coincide, afferma se stesso? Il senso è l’Io, il senso sono «io» dice l’autore, sono «io» nei miei «fenomeni», nelle mie «posizioni» e nei miei ri-posizionamenti, nelle manifestazioni naturali della mia carne, delle mie pulsioni animali e al contempo trascendentali, sono «io» che esisto e sono perché corpo di me stesso che non si piega alle leggi di quello che Derrida, a proposito di Artaud, definì “Ladro” o ancora “gran Furtivo”, sono «io» in quanto corpo che si allunga sfinendosi e rigenerandosi negli altri corpi, dando così luogo al dono, allo scambio, al con-tatto che è significato immanente del mio stesso essere.
io corpo dunque carne a carne s’infervora e fluisce scorrendo appena aprendo e aprendosi succhiando la linfa alla falda che salda l’umido al fluido in un solo gesto d’amore
In definitiva, la morale di questo poemetto, in cui le parole sembrano generarsi una dall’altra e cancellarsi una nell’altra, ci pone dinanzi a una soglia in cui la dissoluzione di ogni gesto rappresenta l’inevitabilità cui si va incontro sia nella vita che in letteratura. Ed è, forse, proprio questo che ci rende vivi, che ci consente il transito e che ci permette di celebrare l’apologia del ricominciamento.
e qui vocò il ritorno al punto primo dal quale ritessere la linea lungo cui sfibrarsi e ricominciare ipotesi corpo |
||||
Ipotesi corpo






