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| "Io, che sono carne che non mi basta" di Salvatore Amenta |
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Prefazione di Nelly Gennuso Io, che sono carne che non mi basta, il titolo dell’autore, o forse, una constatazione sussurrata a se stesso prima di lasciarsi cullare da Morfeo in un sonno propiziatore di sogni. Ed è proprio dal sogno che scaturisce questa sua prima opera. Un flusso di coscienza onirico concatenato che rifugge dalla consuetudine del plot narrativo, e che assume forma nella dimensione del sogno, legittimandosi. E dalla stessa intitolazione erompono scene oniriche in cui l’autore, celato dai personaggi, a tratti visibili, a tratti deducibili semanticamente, diventa materia esposta al sacrificio della vita. Come Cristo, sacrificatosi alla croce, così egli espone,vivisezionandole pubblicamente, le sue membra al solo scopo di salvarsi. Un pasto totemico, direbbe Freud, che consuma sdraiato su cartastraccia stando attento a non valicarne i margini, limitandosi solo ad ascoltare il santo respirare al di là di essi. E in nome del totemismo di matrice edipica, si fa egli stesso padre e parricida, cibandosi della sua stessa carne. Un figlio che celebra l’immedesimazione con il padre, privandosi di condividerne con alcuno il senso di colpa. E poi Eros e Thanatos altalenanti che padroneggiano ogni pensiero, infilzati come “due vermi all’amo”. Vita e morte. Amare, il cui fine è morire. L’incessante pulsare della morte che lo invita ad abbracciare la vita, genuflettendosi su un asse in legno, nel conforto di mura sacrileghe, con mani congiunte e mento prono, bisbigliando su nocche infrante e osservando il viavai di preghieranti bisognosi, o solo peccatori in cerca di mondaci assoluzioni. Sacrilego il suo prostrarsi all’amore dinnanzi al figlio di Dio crocifisso, a cui l’autore si sente accomunato dalla tentazione, dall’aver combattuto nel deserto l’angelo più bello del creato, per ritrovare nel dolore il martirio della pace. Due dogmi al confronto: amore e religione, sacro e profano, nell’ordine prima scandito, la cui fede in essi vacilla nella medesima misura, e nello stesso istante in cui la casa di Dio si “svuota dal marcio”. Ma nei personaggi, la fede nell’amore altrui resiste e si irrora di pensieri crescenti, aspettando speranzosi che possano riuscire finalmente ad amarli di loro spontanea volontà. Un’opera prima in cui l’autore minuziosamente interpola tutti i temi a lui cari: amore, religione, fede, speranza, morte, scandendoli in semplici, ma articolati, flashback onirici, non abbandonando mai la dimensione surreale, la sola capace di rivelare la natura delle cose. E lo fa servendosi del segno, il cui significante a volte si sdoppia il most(r)o aroma(n)tico in un unico contesto linguistico, originando così una doppia valenza di significato. Cionondimeno, si serve di frasi nominali come cerchi concentrici, o tonfo araldico su pavimento arcaico che sembrerebbero destrutturare la sintassi, ma che invece restituiscono forza al discorso in un impatto lieve, ma deciso, col proposito di dare vigore alle scene partorite nel delirio del linguaggio onirico. E il lessico? Per qualcuno forse potrebbe risultare a volte desueto: pappagorgia, ad uopo, maravigliato. Quest’ultima parola appartenente a una terminologia dimenticata dall’uso pragmatico della lingua, ma che nell’autore rivive attraverso la lezione di Dante e dei poeti del trecento come Francesco da Barberino, al fine di non eludere l’importanza che ebbero nella storia della lingua italiana. E, per concludere, se dell’autore si vuole trovare un vezzo, esso è facilmente riscontrabile in tutte le pagine del libro, le quali trasudano erotismo letterario. Un giogo erotico che si instaura tra egli e la scrittura, tra egli e il mezzo per raggiungerla pensavo di farmi fottere da una macchina da scrivere, tra egli e l’oggetto del suo peregrinare letterario Una donna senza rossetto è nuda. La coscienza di un uomo evapora fra due cosce calde, lasciando nella gola del signor A il sapore di vetri rotti.
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