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Prefazione di
Giancarlo Mei
Tutti i viaggi, quelli fisici cosģ
come quelli dell'animo, hanno un
loro ritmo particolare, una cadenza
che in un secondo tempo è sempre
possibile filtrare attraverso una
rielaborazione artistica, sia essa
musicale, letteraria, pittorica,
fotografica o cinematografica. La
scelta di toni, modi e forme da
usare per la riproposizione del
viaggio, naturalmente, è esclusiva
competenza dell'autore e
strettamente dipendente sia dalla
sua ispirazione interiore che dai
mezzi tecnici che egli padroneggia.
Capire l'andatura, il tipo di
sguardo da adottare per lasciarsi
catturare, invece, è un gioco a due,
tra il fruitore e l'ideatore di quel
percorso. Quello contenuto in questo
piccolo volume (libro + cd) di
Simonetta Bumbi e Orlando Andreucci,
è però un viaggio a duplice, anzi
forse a molteplici velocità e dunque
necessita di un doveroso preambolo.
Bumbi e Andreucci sono due artisti
che producono senza troppi eccessi
autocelebrativi, diversi tra di loro
per formazione, esperienza umana ed
obiettivo espressivo. Sono una
scrittrice e un musicista che, non
solo per la ovvia diversità del
veicolo linguistico da loro scelto,
possono dirsi per certi versi
antitetici, perlomeno nello stile e
nei toni. L'una è vivida, virulenta
e inventiva, al punto da forgiare un
percorso contenente un'idea quasi
futuristica della scrittura, spesso
proposta in modo graficamente
provocatorio, e asservita a
ricomporre disperatamente brandelli
di vita appartenuti al proprio
passato o ancora a scattare
istantanee d'un universo quotidiano
ansiogeno. L'altro, per contro, è
pacato, austero, quasi socratico nel
suo rifarsi a un cantautorato
classico, sobrio nel telaio voce e
chitarra, debitore di formule,
progressioni e armonizzazioni
universalmente comprensibili e
veicolate senza regionalismi; in
parole povere un prodotto
inaccettabile per un mercato
musicale ormai insensibile verso chi
produce arte per la bellezza della
stessa; soprattutto se come nel
caso di Andreucci non si ha
nessuna intenzione di vendere anche
un personaggio, un'immagine
assieme alla propria creatività.
Tanto sarà cosģ lacerante per il
lettore l'approccio con la prosa
della Bumbi, in gran parte debitrice
dei crismi del linguaggio parlato,
anzi del linguaggio pensato a
briglia sciolta per un blog (fucina
di parole che la signora utilizza
ormai da anni come escavatrice per
il proprio animo), quanto piacevole
e rilassante lo sarà l'ascolto del
verbo composto ed organico di
Andreucci, votato ad una poesia che
tende al bello e all'armonico, e che
rispetta quanto di buono c'è nei
risvolti dell'arte strettamente
musicale, pur accarezzando
elegantemente la saggezza del
pensiero. Dette le differenze, o
meglio i contrasti interni di cui
vive il loro volume di parole e
note, ne va subito chiarita la forza
complessiva. Gli autori provengono
dallo stesso luogo geografico, Roma,
e tra di loro c'è solo una leggera
differenza anagrafica. Entrambi
producono suoni e pensieri
semplicemente perché sono vivi,
forti di esperienze variegate alle
spalle. Raccontano storie, tutte
quelle che la vita finora ha offerto
loro, senza remore o timidezze. Due
viaggiatori che dunque hanno deciso
di strappare qualche pagina dai
taccuini di appunti, poi le hanno
messe insieme, costruendo un
percorso parallelo. Lo hanno fatto
non per confondere le idee o per
impacchettare quanto prodotto
autonomamente con una trovata
editoriale. In questa scelta,
semmai, pi&łgrave; che la voglia di
ammaliare il mondo esterno, c'è il
desiderio di confrontarsi
artisticamente su temi comuni, il
piacere di capirsi meglio tra di
loro, di riuscire ufficialmente a
dire che entrambi stanno compiendo
la stessa ascesa; ed è indubbio che,
pur se impegnata da due pareti
diverse, la vetta scalata dai due è
effettivamente la stessa. Dieci le
canzoni di Andreucci registrate
durante un intenso concerto romano;
una originariamente tratta dal suo
primo album, quattro dal secondo,
una dal terzo. In aggiunta anche
quattro composizioni inedite. Tutto
è eseguito alla chitarra,
accompagnato da una swingante
fisarmonica (Primiano di Biase) e da
un contrabbasso elegante (Ermanno
Dodaro). Una melodiosità
mediterranea viene asservita alla
libera reinvenzione di accenti e
ritmi del linguaggio afroamericano,
del jazz, di formule prese senza
troppa filologia dalla canzone
brasiliana, inseguendo i contorni di
una canzone ricca ma sempre
elaborata in sottraendo, piena di
piccole ma significative sfumature
(percorso ben descritto nella
programmatica Libero). Dieci anche i
viaggi di pensiero della Bumbi,
redatti perfezionando lo stile già
messo in campo nel libro da lei
pubblicato in precedenza
(Iostoconletartarughe, Ed. Smasher
2009). Come detto, tra i due
protagonisti l'unico patto
concordato è stato quello dei temi,
titoli scelti per contenere e
organizzare i pensieri dell'uno e
dell'altro. I risultati emersi dal
loro lavoro non potrebbero essere
pi&łgrave; eterogenei, sia nel contenuto
che nella forma. Storie nate da
incontri, da letture, dalle piccole
verità di tutti i giorni, quelle di
Andreucci; spigolature scomposte che
pescano nel fondo dell'animo, quelle
della Bumbi. Lui, col suo canto
rugoso e notturno, impeccabile nella
dizione, sfronda argomenti
esistenziali e analizza l'universale
offrendo paradigmi di pensiero che
fanno sentire pi&łgrave; forti, che danno
sicurezza, anche quando descrivono
esperienze malinconiche o
drammatiche. La Bumbi, al contrario,
palesa il caos che l'ha forgiata e
si immerge nel proprio personale,
tentando di farne paradigma
comprensibile, magari persino utile
a chi ci si imbatte. I suoi pensieri
fluttuano nel limbo di una scrittura
libera, senza lettere maiuscole o
punteggiatura canonica, senza
apparente distinzione tra frasi
dense, ponderate e pensieri
volatili, estemporanei, onirici.
Tanto l'uno è denso, attento e
scrupoloso nella ricerca del suono e
dell'impasto con le parole, del
rimando reciproco a una tradizione
musicale nobile quale quella del
veicolare poesia in musica, tanto
l'altra è irruenta, imprendibile,
sincera fino al paradosso di
rivivere con parole feroci e fuori
dai denti un percorso personale
costellato di sopraffazione e
masochismo, di bocconi amari e
scelte drammaticamente viziate
dall'inesperienza d'un tempo. Nelle
sue poesie in prosa, anche quando
non sceglie la provocazione dei
fatti e delle parole scelte con
brutalità (ma spesso accade), la
Bumbi gioca con brandelli di eventi
privati, li vela appena, ma poi
lascia comunque le vene aperte,
squarciate, permettendo che l'odore
del sangue impregni la pagina. Il
lettore è coinvolto con sapienza,
reso spettatore ma mai invitato a
giustificare gli avvenimenti con uno
stratagemma per farsi piangere
addosso. Lo scopo della scrittura
per lei non è cercare compassione,
piuttosto vomitare fuori il male,
per non sentirlo pi&łgrave; borbottare,
ribollire nello stomaco, trovando il
modo di lenire quella presenza
ancora inevitabilmente dolorosa.
Sono diversi Bumbi ed Andreucci,
diversissimi eppure compatibili. Due
comunicatori che hanno scelto di
aggrapparsi l'uno all'altro per
violentare a quattro mani i cinque
sensi del fruitore. Il difficile,
per chi li legge e li ascolta, sarà
tenere sotto controllo le proprie
vibrazioni. Ma in fondo è proprio ad
allenare un po' alla volta la
capacità di viaggiare nello spazio e
nel tempo, a suggerire al fruitore
come gestire il ritmo della vita,
che servono da sempre la scrittura,
la musica e la poesia.
notediparole
Orlando Andreucci e Simonetta Bumbi
Edizioni Smasher, 15 euro
1a edizione ottobre 2009
ISBN 978-88-6300-007-8 |